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Opinione: Un Estraneo Al Mio Fianco, di Ann Rule



La storia vera di Ted Bundy, il più feroce serial killer americano, raccontata da chi l'ha conosciuto da vicino.

«Ann Rule racconta e cerca di dare una risposta alla domanda: che cosa ha creato un mostro?» - il Venerdì di Repubblica

«Ted è stato descritto come il figlio perfetto, lo studente modello, il genio, il personaggio bello come un idolo del cinema, una promessa del partito repubblicano, un assistente sociale di grande sensibilità, un avvocato promettente, un amico fidato, un giovane cui il futuro poteva riservare solo successi. È tutto e niente di tutto questo.»

Questa è la storia di un figlio affettuoso, di uno studente modello, avviato a diventare un brillante avvocato, di un uomo che ha salvato numerose persone lavorando presso un «telefono amico». Ma questa è, anche, la storia dell'assassino seriale più famoso degli Stati Uniti. Dell'uomo che, con inaudita ferocia, a un certo punto della sua vita ha cominciato a uccidere e ha continuato a farlo per vari anni, senza lasciare la minima traccia, tenendo in scacco la polizia di un intero Paese. E che ha assassinato almeno ventotto giovani donne, ma probabilmente molte di più. Questa è la storia di un killer e della donna che ha capito, all'improvviso, di conoscere quel killer, di essere stata sua amica per molti anni e di avere avuto, per tutto quel tempo, un estraneo al suo fianco.
Questa è la storia di Ted Bundy e di Ann Rule. Non avete mai letto una storia simile. E se, leggendo, sarete spinti a chiedervi: «Ma è davvero successo tutto questo?», sappiate che esiste un'unica risposta:« Sì».
Con 35 fotografie fuori testo. 




Inizio subito col dirvi che è stata una delle migliori letture (se non LA migliore, ma aspetto ancora qualche mese per tirare le somme) di questo 2024.
Lettura non proprio perché l'ho ascoltato, ma non riuscivo a staccarmi. 
Fra lo stile dell'autrice e la sua lettura, per me straordinaria, è risultato così interessante che sono corsa a recuperarlo cartaceo, che prima o poi (ri)leggerò. 

Prendiamola però con le pinze questa mia opinione, perché prima di tutto non credo che avrò mai le parole per poter spiegare quanto è stato bello in modi assolutamente diversi, portando a riflettere molto sulla questione delle apparenze e dei rapporti personali (infatti l'autrice bilancia in maniera assolutamente straordinaria i fatti, le ipotesi e la sua vita che si intreccia con quella di Ted, con tutto ciò che ne poteva poi derivare. Dopo mi spiegherò meglio). 

Si tratta di una lettura molto difficile, perché parla di crimini estremamente violenti che ci vengono raccontati come (si pensa che in alcuni casi) avvennero, quindi molto crudi anche se non si scende MAI nella pornografia gratuita del dolore. Altro elemento importantissimo che me lo ha fatto amare. 

Ci tengo a precisare che starò sul vago, per lasciare a chi non lo avesse letto la possibilità di scoprire leggendo l'escalation di violenza che travolse molti stati americani, di conoscere Bundy e come si arrivò a capire che quest'uomo, così brillante ed intelligente, riuscisse a nascondere ai più vicini una parte della sua vita così brutale. 

Proviamo a parlarne un po', partendo dal libro in sè, ovvero cosa racconta?
L'autrice già avvisa il lettore nelle primissime pagine. 
Questo libro (per lei) è stata un'avventura di anni, non semplice, e ci avvisa di ciò che troveremo fra le pagine, come il suo coinvolgimento, poiché il suo casuale incontro con Bundy e l'amicizia nata fra loro avrà influenze, per cui dovrà per forza parlarci della sua vita. 

Il tutto possiamo dire che ha un inizio alla fine degli negli anni '60, nonostante ci sia un breve riassunto della vita di Bundy fra il '46 e il '71 quando Ted e Ann si incontrarono la prima volta. 
Serve questo passaggio per far capire con chi abbiamo (in apparenza) a che fare, una persona giovane con alcuni traumi alle spalle ma molto intelligente e con voglia di studiare per prendersi delle rivincite, in particolare una passione per la legge e la voglia di diventare avvocato, cosa che diventerà piuttosto "seccante" per i tribunali anni dopo. 

Ma l'inizio a cui accennavo prima è l'anno in cui alcuni crimini particolarmente violenti vengono investigati senza collegarli inizialmente fra di loro e senza nemmeno aver una vaga idea che rappresentano una sorta di "base" verso ciò che verrà e con una rapidità così imprevedibile da lasciare completamente spaesati; per questi crimini "iniziali" infatti viene anche interpellata la Rule come una sorta di consulente per cercare di capirci qualcosa tramite occhi esterni, e lei nel romanzo inizierà a parlarne in modo dettagliato poiché, anche se ancora non lo sapeva, la sua vita e quella di Bundy avevano iniziato già ad intrecciarsi. 

(Nel romanzo) Commissionato quando ancora i crimini erano in atto, la Rule mette insieme gli elementi fra notizie che la stampa da al pubblico, quello che la stampa sa ed elementi che raccoglie grazie alle sue amicizie fra le forze di polizia, avendole coltivate negli anni quando era poliziotta, ma anche "ora" essendo una giornalista di cronaca nera e scrittrice. 
Ma allo stesso tempo ci racconta la sua vita, la sua conoscenza con Bundy e la sua di vita. 
Si, verso la fine prova ad immaginare cosa potrebbe aver dato inizio a tutto questo. Alcuni elementi sono lampanti al lettore, altri arriveranno alla fine scavando nel suo passato attraverso racconti dei familiari. La Rule si pone queste domande, si chiede come sarebbe potuta andare la vita di Ted, perché sicuramente era una mente estremamente brillante (per questo ha messo in atto così tanti crimini ed è riuscito a sfuggire alla giustizia per così tanto tempo), ma non arriva mai a giustificare ciò che fece in alcuna maniera. Nonostante ammetta che gli fosse molto legata e abbia faticato ad associare il criminale divenuto famoso come Ted al Ted che conosceva lei, anche quando alcuni dubbi iniziarono a venire a galla. E non fu l'unica. Alcuni ci scherzavano sopra, perché (ammettiamolo) l'idea di avere accanto un serial killer è così assurda da non prenderla in considerazione. 
Ovviamente non fu così per tutti, alcuni campanelli d'allarme fecero scattare segnalazioni, ma restiamo sul vago che non voglio rovinarvi la lettura. 

Il tutto ha un andamento lineare nel corso degli anni, ma come dicevo prima, Ann bilancia egregiamente i fatti (le indagini, le notizie,...) e la vita sua e di Ted. 

Ci sono infatti capitoli in cui vengono descritti i crimini, inizialmente le sparizioni di alcune ragazze nel nulla, di come il tutto fosse così casuale, improvviso, scioccante, da cogliere impreparate le forse dell'ordine, la stampa e i cittadini. 
Sparizioni di cui si racconta la modalità in uno stile descrittivo ma leggermente romanzato, che lo rende scorrevole nonostante i fatti non siano semplici da esporre in uno stile non troppo schematizzato, suppongo mescolando indagini, confessioni e supposizioni, poiché di alcuni elementi non vengono specificati se (e quando) se ne ottiene la certezza. 

Probabilmente la Rule ha ripreso in mano il tutto alla chiusura della storia (prima di pubblicarlo) e dato un ordine temporale con più elementi di quanti ce ne fossero all'epoca, per garantire meno caos al lettore e non ripetere sparsi vari elementi, ma senza andare "oltre" e rivelarci troppo. 
Ciò lo rende molto scorrevole e trattiene per scoprire cosa riusciranno a trovare. E, purtroppo, il cosa non ha permesso di evitare altri crimini. Banalmente (supposizione del lettore ovvia) il non avere un metodo comunicativo fra varie località o Stati, o il non collegare crimini simili allo stesso soggetto (anche quando era ancora ignoto); cosa che non ha agevolato solo lui in passato. Poi, per carità, l'assenza di una tecnica identificativa del DNA era uno svantaggio estremamente forte quando si ha a che fare con un criminale molto intelligente e scaltro. 

Comunque, dicevo, lascia comunque inalterato il corso delle investigazioni e ciò che lei sapeva (quando parla di sè al passato), ovvero la sensazione di terrore davanti a queste scomparse nel nulla. 
Sembra caotico detto così, ma leggendolo(/ascoltandolo) si ha molto chiara la separazione fra il crimine, le indagini e i pensieri della Rule. 
Un'autrice davvero straordinaria per come riesce a gestire il tutto, e di cui mi piacerebbe leggere molto altro di suo, ma che non è stata particolarmente tradotta. 

Una storia che ti trascina pagina dopo pagina, per capire come ha fatto (fisicamente) a compiere certe azioni e seguendo le indagini che sembrano sempre brancolare nel buio:
Bundy infatti era in grado di far scomparire la sua preda anche in mezzo ad una folla numerosa.
 
Intelligente, camaleontico, furbo, scaltro, manipolatore. 
Vive per molto tempo riuscendo a mantenere alte le apparenze e scampandola anche quando sembrava ad un passo dalla sua fine. 
A prescindere dalle risorse a disposizione dai vari agenti che si trovano ad aver a che fare con lui, è incredibile come manipoli non solo i conoscenti, amici e amori vari, ma queste stesse forze dell'ordine. In modi a volte così assurdi da non poterci impedire di dare a loro la colpa per determinati suoi crimini, evitabili se messe in atto certe azioni preventive. 
Specialmente verso la fine, quando non era più così lucido in alcuni momenti. 
In quel periodo il circo mediatico che ne ha fatto nascere, di cui lui era fiero e cercava di dare spettacolo volontariamente, ha dell'incredibile. Tenendo a mente che non erano ancora stati collegati in modo così evidente tutti i suoi crimini e molti americani non avevano sentito nemmeno di sfuggita il suo nome. 

Una persona che se non avesse ceduto nei vizi e avesse mantenuto lucidità, non sarebbe stata presa così in fretta (e parliamo di anni). Chissà cos'altro avrebbe potuto commettere.

Città di Gatti, di Lao She [Instagram Post]



Opinione: Città di Gatti, di Lao She


Un pilota cinese, durante una manovra d'emergenza, approda su Marte, e scopre che il pianeta è abitato da uomini gatto. Accolto da uno di loro, chiamato Grande Scorpione, impara a parlarne la lingua e ne scopre via via usi e cultura, apprezzando gli effetti stupefacenti delle foglie di loto di cui si nutrono. Man mano che si addentra nella conoscenza della loro società, tuttavia, si accorge che quella a cui assiste è la fase finale di una civiltà in declino, ormai irrimediabilmente corrotta, soggiogata dagli stranieri, priva di valori morali. Scritto tra il 1932 e il 1933, Città di gatti è il primo romanzo di fantascienza della letteratura cinese e uno dei primi racconti distopici. Come una dozzina d'anni più tardi La fattoria degli animali di Orwell, anche Città di gatti adombra una feroce satira politica: del regime instaurato dal Partito nazionalista cinese di Chiang Kai-shek, oltre che della Russia sovietica e di un intero mondo in crisi. Convinto che «la satira deve in primo luogo rendere viva la favola sulla quale si appoggia», Lao She ci regala pagine illuminate da una brillante vena umoristica che diventa lucida capacità di penetrazione dell'anima e dell'evoluzione umane, al di là dei limiti nazionali e storici. 




Potevo non lasciarmi conquistare già da un titolo del genere? 
Il fatto che fosse un fantascientifico degli anni '30, ambientato su Marte, con autore e protagonista cinese non ha fatto che gasarmi.
Il problema è che non penso di averlo capito.

È un romanzo ricco di satira alla società e alla politica, ovviamente. 
Ma ci sono elementi, ripetizioni, che lo tirano da due lati senza completarne nessuno. 
Da una parte le descrizioni riguardo i gatti di Marte, l'ambientazione naturale e le città, alcuni dettagli, molto fantascientifici e divertenti a tratti; dall'altra discorsi molto ripetitivi per concetti che sanno di satira politica e sociale, ma che non sono riuscita appieno a collegare a ciò di cui voleva realmente parlare e cosa voleva dire.

La storia è abbastanza semplice, scritta senza troppi fronzoli, ma che nei dialoghi si incasina un sacco, anche per la scelta del linguaggio degli uomini gatto che comporta il ripetersi di tanti elementi.

Facciamo un passo indietro perché credo di stare per perdervi. 
L'ho ascoltato su Audible, senza prestare troppa attenzione anche perché, come dicevo poco sopra, certi dialoghi lo rendevano confuso, altri ripetitivo,...insomma un caos nel quale mi sono lasciata perdere del tutto per arrivare alla conclusione e sperare di capirci qualcosina almeno alla sua chiusura. 
Cosa che non è avvenuta. 
Proverò comunque a parlarvene un poco, iniziando dalla sua introduzione (copiata dall'estratto gratuito): 

L’astronave era in pezzi. Dell’amico che per oltre due settimane l’aveva guidata – un mio compagno d’infanzia – non restava intero neppure un osso! Ma io, ero vivo? Com’era possibile che non fossi morto? Lo sapevano gli dèi. Non era un problema di mia competenza. La nostra meta era Marte. Secondo i calcoli del mio defunto amico, prima del disastro eravamo entrati nell’atmosfera del pianeta. Allora, ero caduto su Marte? Se le cose stavano così, l’anima del mio amico poteva riposare in pace: il primo cinese su Marte si era guadagnato l’onore della morte! Ma in ultima analisi dove mi trovavo? Ero ridotto ad avere fede fosse Marte; era possibile anche che non lo fosse, dal momento che non ero in grado di verificarlo con prove certe. Naturale, con la scienza astronomica si sarebbe potuto determinare di quale corpo celeste si trattava; disgraziatamente le mie conoscenze di astronomia sono pari a quelle sui geroglifici egizi: ignoranza assoluta. Il mio amico avrebbe saputo illuminarmi, ma lui… Ah! Il mio amico, il mio caro compagno d’infanzia! L’astronave era in pezzi. Come tornare sulla Terra? Neppure pensarci! Mi restavano i vestiti che avevo addosso – stracci che pendevano come spinaci secchi – e un po’ di cibo conservato nello stomaco; non osavo pensare a come sarei sopravvissuto qui, per non parlare di progetti di ritorno! Non conoscevo la lingua, i luoghi mi erano ignoti, e infine su Marte c’erano animali simili agli uomini? Troppi problemi… Meglio non pensarci.

Il nostro protagonista è un uomo cinese che si è appena schiantato su Marte. 
Sappiamo che non era solo, che il suo compagno è morto e che era lui a sapere più cose. 
Non ha un nome. Non ha un età. Non ha conoscenza. 
Sono tante, troppe le cose che non ci vengono dette ma soprattutto che non possiede. 
"Come può essere su Marte?", pensavo mentre ascoltavo. Dovevo aver capito male. Invece, pagina dopo pagina (/minuto dopo minuto), mi rendevo conto che non era così. 
Un "dettaglio" estremamente fastidioso perché capisco il non volerlo caratterizzare come individuo (dargli un nome, un'età,...), ma rendere l'esperienza del viaggio su Marte così semplice da poterla permettere a chiunque ed allo stesso tempo mantenere segreta l'esistenza degli uomini gatto...diciamo che cozza parecchio, ecco. 

Veniamo quindi a queste creature, che incontra poco dopo lo schianto.
Vede avvicinarsi delle figure che sembrano umanoidi, per poi definirli (appunto) uomini gatto per una somiglianza con i nostri felini, seppur con alcune differenze. 
Viene rapito da questi e, tramite un viaggio parecchio strano, finisce per conoscere Grande Scorpione da cui imparerà la lingua (non verbale) che usano per comunicare, iniziando a comprendere come funziona la società in quel luogo e, in particolare, cosa voglia Grande Scorpione da lui.

Non scendo nei dettagli, un po' perché non li ricordo (e non vorrei dire cavolate), ma soprattutto non vorrei rovinarvi alcune sorprese. Effettivamente scoprire questa popolazione (i suoi usi, la lingua, l'ambientazione) è così particolare e originale da render molto interessante la lettura. Ma, eh si c'è un ma, certi dettagli esasperanti e molti dialoghi dal ritmo estremamente ripetitivo, ne fiaccano il ritmo. 

Alla fine di tutto ciò resta una sensazione strana. 
L'autore si sofferma tanto su alcuni aspetti, che tanti vengono completamente tralasciati. 
Il lettore viene così incuriosito da questi uomini gatto da restare incantato dai dettagli riguardanti la loro strana civiltà, ormai al declino più totale e prossima alla (auto)distruzione per scelte che sono state intraprese nel tempo e che nessuno ha il coraggio (o il potere) di cambiare. 
Ma resta tutto confuso. Almeno per un lettore (come me) che si aspetta una storia più lineare e, probabilmente, più semplice per riuscire a coglierne riferimenti satirici, che sicuramente permeano tutta la storia. 

Continuo a ripetermi che non l'ho capito, che forse dovevo leggerlo, che ha i suoi anni, che probabilmente mi mancano conoscenze, ma non lo so. 
Cercherò altre opinioni per chiarirmi la mente. 
Ci tenevo però prima a scriverne senza influenze esterne. 

Non so se anche voi ne siete stati incuriositi e vi siete lanciati a scoprirne la storia. 
Se lo avete fatto, sarei molto interessata a scambiare quattro chiacchiere. 

Il Richiamo Della Foresta, di Jack London [Instagram Post]



Opinione: Il Richiamo Della Foresta, di Jack London


«Ma Buck non era un cane casalingo, e neppure un cane da canile; suo era l'intero regno.»

Sullo sfondo del Grande Nord americano, al tempo della leggendaria corsa all'oro, il cane Buck, sottratto alla fattoria del giudice Miller, è costretto a piegarsi alla legge primitiva e violenta dei cercatori che lo mettono al traino delle slitte. Sopraffatto dagli stenti e dalla fatica si risveglia in lui sempre piú forte un istinto atavico che lo spinge verso la foresta e la vita selvaggia strappandogli l'inarticolato grido della lotta per l'esistenza.  




Ci penso, ci penso, e ci ripenso.
Già parlare di romanzi che mi sono piaciuti mi è difficile. Con London è atroce. 
Impossibile darvi un idea della sua bravura nel descrivere. Dagli ambienti selvaggi, così vividi nella loro rappresentazione nel farti sentire la neve che ti cade attorno e il profumo della natura.
La vita di un cane vista attraverso i suoi occhi, i suoi sensi, i suoi pensieri, mescolata abilmente con quella degli umani che incroceranno il suo percorso. 
Da quelli gentili, a quelli spietati, quelli stupidi e quelli generosi. 
Un crescendo in cui Buck dovrà imparare a sopravvivere scoprendo, anche a caro prezzo, le leggi non scritte della sua specie che gli permetteranno di superare giornate di lavoro impegnative e notti gelide all'aperto, con pasti miseri al sostentamento. 

Un libro doloroso che spacca il cuore spesso, alternandolo a capitoli in cui te lo gonfia. 
Un'altalena di emozioni estenuante ma straordinaria. 
Se lo iniziate, portatelo a termine, non abbandonatelo nei momenti più dolorosi, questo è l'unico consiglio che mi sento di darvi. 
Anzi, no, ci ho ripensato. 
C'è un altro consiglio spassionato che mi sento di dare: iniziate a leggere i romanzi di London. 
Senza troppi "se": quando sentite un minimo di curiosità e/o attrattiva, lanciatevi fra le pagine di un suo romanzo. 

La Centenaria con la Pistola, di Benôit Philippon [Instagram Post]



Opinione: La Centenaria con la Pistola, di Benôit Philippon


Un piccolo villaggio nel Massiccio Centrale francese. L'alba. Risuonano degli spari. Un'anziana signora ha imbracciato la doppietta e si è messa a far fuoco contro il vicino di casa, poi contro i poliziotti sopraggiunti. È così che l'ispettore André Ventura incontra la centoduenne Berthe Gavignol, cinque volte vedova, ancora piuttosto arzilla e ancora dotata di buona mira. Nell'interrogatorio che segue, l'ispettore e il lettore impareranno a conoscere la vivace vecchietta dalla lingua affilata e dal grilletto facile, indotta a ripercorrere gli episodi principali della sua lunga vita e della sua carriera criminale. Chi è stata davvero Berthe: una serial killer, una sorta di Barbablù al femminile o una donna libera, una femminista ante litteram, capace di conquistarsi l'emancipazione a colpi di pistola?  



Non ricordo bene come mi sono imbattuta in questo romanzo su Audible, ma so di averne poi letto almeno una recensione che mi ha incuriosito molto e mi ci sono lanciata. Titubante all'inizio, sono rimasta intrappolata in fretta nella vita di Berthe e di quello che ha dovuto passare negli anni, fra due guerre, il matrimonio e l'amore, l'odio e le chiacchiere del villaggio.

Berthe è cresciuta da donne, principalmente da Nanà, la nonna che le insegna già da piccola ad essere forte, indipendente e a ragionare con la sua testa per vivere libera. Pensieri folli e assurdi che, ovviamente, inizieranno già da giovane a tacciarla con male lingue. Berthe però, crescendo, ha una combinazione molto pericolosa dalla sua parte: è dannatamente sexy e maledettamente intelligente. Sa come rigirare gli uomini per fargli fare quello che vuole. Se così non fosse, o le mancassero di rispetto, ha un bel carattere forte e ribelle che, unito alla lingua sciolta, non ci mette molto a rimetterli a posto. Così come le donne.

Una vita lunga, segnata da alti e, ahimè, tanti bassi, che ci porteranno a legarci alla vecchietta che nonostante i suoi centodue anni tiene testa alla polizia. In particolare all'ispettore Ventura che dovrà interrogare la "nonnina" ma non ha idea di cosa sta per ascoltare. Una storia lunga, come la sua vita, che porterà anche l'ispettore a chiedersi chi ha davanti, nonostante tutto.

L'autore mescola abilmente passato e presente, portandoci fra il commissariato dove Berthe stuzzica e gioca con i poliziotti, sfruttando spesso la sua vecchiaia a suo vantaggio, e il racconto della sua vita, pezzetto per pezzetto, per rispondere all'ispettore e fare capire il perché di tante scelte che ha dovuto compiere durante la lunga vita.

Una donna forte, libera, selvaggia. Che invecchiando si è imbattuta in testi femministi trovando se stessa in quelle parole, scoprendosi meno sola e compresa in quelle frasi che riuscivano a spiegare ciò che lei non sarebbe mai riuscita a definire.
Una donna che è riuscita a vivere la sua vita ingoiando tanti rospi, questo è innegabile, ma senza subire passivamente le ingiustizie che le sono capirete lungo il percorso.

Desiderata e temuta, bramata ma così difficile da possedere da esser odiata, così bella da dover esser disprezzata. Insomma, una vita non facile che Berthe ha affrontato giorno dopo giorno fino a quella mattina in cui le cose hanno iniziato a venire a galla dopo l'arresto.

Una libro che forse non avrei considerato più di tanto si è rivelato una splendida lettura, con sorrisi e pesi sul cuore. Molto piacevole e con un finale assolutamente perfetto per questa storia.
Non credo che Berthe me la scorderò facilmente.

Opinione: L'Ultimo Giorno di un Condannato a Morte, di Victor Hugo


Trent'anni prima del grandioso "I Miserabili" Victor Hugo scrive un altro capolavoro, meno noto ma non per questo meno importante: L'ultimo giorno di un condannato a morte. Un uomo di cui non si conosce il nome nè la colpa affida a fogli trovati qua e là nella sua cella il racconto dei giorni e delle ore che, con il loro inesorabile trascorrere, lo conducono alla ghigliottina. Dalla proclamazione della sentenza capitale agli ultimi attimi che precedono lo spalancarsi delle porte del Palazzo municipale di Parigi verso la Place de Grève, le sue parole descrivono l'incubo che è stato - e che ancora è - la realtà di migliaia di uomini, condotti alla morte per mano della "giustizia". La sua disperazione è interrotta solo per brevi momenti da barlumi di infondata speranza in una grazia che non arriverà e da fantasticherie su un passato lontano; speranze e ricordi che non fanno che rendere ancora più vivido e intenso il suo dolore. Una struggente e poetica condanna alla più inumana delle condanne, letta per il Narratore audiolibri da Jacopo Venturiero.

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Premetto che l'ho ascoltato tramite Audible e (purtroppo) non è riuscito a coinvolgermi.
Credo che ritenterò tramite il cartaceo, per scoprire se è lo scritto in sé a non avermi dato emozioni così intense ma solo blande riflessioni, o magari è stato solo dovuto tutto all'ascolto magari superficiale.

In ogni caso, due paroline su quest'opera che ha un valore profondo.
Parla della pena di morte, attraverso gli occhi di un condannato.
Non sapremo ne il suo nome, ne la sua colpa. Solo che è stato giudicato colpevole e lo aspetta la ghigliottina. Attraverso i suoi scritti ne seguiremo il percorso nel carcere, fino ad arrivare al luogo dove verrà eseguita la condanna.
Ci parla del suo processo e del suo "giocarsi tutto" in modo arrogante, rischiando la pena che pensava non sarebbe mai arrivata. Ci sono alternanze fra diversi pensieri. Ci narra alcune sue giornate. Ci parla della speranza di vedersi data la grazia.
Ci parla di rabbia, pensando alla figlia, poiché è ben conscio che il suo crimine e la sua fine ricadranno anche su di lei, piccolissima ed innocente. Questo è uno dei punti che mi hanno coinvolto di più, perché (ancora oggi) si tende a far ricadere le colpe sui famigliari, qualunque esse possano essere. Cosa ingiusta e davvero stupida.

In ogni caso, come ho già detto, ho il cartaceo di "Contro la Pena di Morte", che contiene anche questo scritto di Hugo. Molto probabilmente lo rileggerò per cercare di capire meglio e farmi un idea migliore.
Credo che comunque valga la pena provarci, a leggerlo e/o ascoltarlo, un tema (purtroppo) ancora attuale ed ancora molto dibattuto, su cui è innegabile l'inutilità, poiché non rappresenta alcun deterrente.

Opinione: Metamorfosi, di Franz Kafka


Un capolavoro letterario senza tempo, in cui l'autore mescola il reale con l'assurdo, l'insensibilità con la compassione, il grottesco col naturale, creando una storia lucida e spietata che scuote, coinvolge e sconvolge l'ascoltatore-lettore.
Il protagonista della vicenda, il commesso viaggiatore Gregor Samsa, si sveglia una mattina scoprendosi trasformato in un enorme scarafaggio; la sua mente però non è mutata: pensa, ragiona, sente ancora da uomo. La sua vita diventa un incubo terribile, claustrofobico, amaro. I legami col suo mondo di prima, coi suoi affetti familiari, col suo lavoro, si spezzano improvvisamente, e attorno a lui resta dapprima un senso di terrore e ribrezzo e infine un silenzio che il suo incomprensibile rantolo d'insetto non riesce a rompere. Ed è proprio nella solitudine in cui lo relega il suo nuovo aspetto che lo sfortunato Gregor scorge lo stato di 'schiavitù civile' in cui, già da molto prima della sua metamorfosi, l'avevano ridotto i suoi spietati legami familiari e lavorativi. La lettura naturale e confidenziale di Moro Silo racconta cose terribili come se fossero 'normali' e sottolinea lo stile quasi espressionista dell'opera.

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Sarò breve: straordinariamente bello e profondamente triste.
L'ho ascoltato tramite Audibile, cogliendo l'occasione per scoprire questo romanzo diventato un libro "da leggere", e capisco come mai lo sia diventato.
Una storia che inizia come una pugnalata e continua rigirando il coltello nella piaga.

Parla di Gregor Samsa, un giovane uomo che è costretto a fare il commesso viaggiatore per poter sostentare la sua famiglia e pagarne i debiti accumulati dal padre. In un giorno qualsiasi si sveglia e scopre di essere in ritardo per il treno che doveva prendere per andare a lavorare, ma la cosa peggiore è che lentamente prende coscienza di non avere più il corpo che possedeva prima, ma è "rinchiuso" dentro un corpo enorme, sgraziato, non suo,... Quello di uno scarafaggio.

Eppure la sua mente non ne è toccata da questa misteriosa trasformazione, e si rende conto del casino che sta per succedere e a cui non ha idea di come poterlo risolvere.
La cosa peggiore è che non ha alcun modo per comunicare con gli altri, poiché non possiede più una voce umana, ma nessuno della famiglia trova un alternativa per poter scoprire se può comunicare con lui.

Una storia quasi grottesca, che presenta l'assurdo e la tragica situazione di questo giovane che improvvisamente si vede imprigionato in questo corpo ripugnante, senza poter interagire con gli altri che ne sono terrorizzati e schifati allo stesso livello. Rimarrà incastrato in questo limbo, mentre la famiglia deve prendersi cura di lui (per dovere verso quello che era il figlio e fratello); e in quel periodo si renderà conto che la situazione non era così tragica come gli appariva, le finanze potevano benissimo essere sostenute da tutti, mentre ci rendiamo conto che lavorava solo lui poiché a tutti andava bene così e avrebbero voluto perpetrare quella situazione.

Scopriremo come il povero Gregor dovrà adattarsi a sopravvivere imprigionato in casa sua, senza contatti umani, senza affetto, sempre più isolato... Insomma, Kafka riesce a farci immedesimare in lui perfettamente e provare empatia profonda con questo povero disgraziato e ciò che gli capita, un qualcosa di assurdo ma potenzialmente possibile a chiunque.

Un romanzo straordinario, con un impatto molto forte nel lettore. O nel mio caso, ascoltatore. E devo ringraziare Moro Silo (che legge per noi), perché grazie alla sua voce si entra in questa storia alla perfezione (Ho abbandonato molti libri in pochi minuti perché la voce non mi convinceva).

Assolutamente da leggere e appena riuscirò ne continuerò la lettura su carta, avendo comprato un libro con tutti i racconti pubblicati dall'autore. E magari, chissà, potrei rileggerlo per scoprirne altre sfaccettature che al solo ascolto non ho colto.

Opinione: Le Assaggiatrici, di Rosella Postorino


Romanzo vincitore del Premio Campiello 2018. - Finalista Premio Letterario nazionale Chianti 32ma edizione.

Con una rara capacità di dare conto alle ambiguità dell'animo umano, Rosella Postorino, ispirandosi alla storia vera di Margot Wölk (assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf) racconta la vicenda eccezionale di una donna in trappola, fragile di fronte alla violenza della storia, forte dei desideri della giovinezza.

«La voce dell'assaggiatrice cattura il lettore e non lo libera mai, per quanto è vera, tesa, penetrante.» - Donatella Di Pietrantonio

La scrittrice dirige con sicurezza il coro delle assaggiatrici, definisce i loro caratteri, indaga i rapporti di forza e di solidarietà che si instaurano, i segreti e le colpe infrattate nella profondità delle coscienze. - La Lettura, Il Corriere della Sera

"Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame"

La prima volta in cui Rosa Sauer entra nella stanza in cui dovrà consumare i suoi prossimi pasti è affamata. «Da anni avevamo fame e paura», dice. Siamo nell'autunno del 1943, a Gross-Partsch, un villaggio molto vicino alla Tana del Lupo, il nascondiglio di Hitler. Ha ventisei anni, Rosa, ed è arrivata da Berlino una settimana prima, ospite dei genitori di suo marito Gregor, che combatte sul fronte russo. Le SS posano sotto ai suoi occhi un piatto squisito: «mangiate» dicono, e la fame ha la meglio sulla paura, la paura stessa diventa fame. Dopo aver terminato il pasto, però, lei e le altre assaggiatrici devono restare per un'ora sotto osservazione in caserma, cavie di cui le SS studiano le reazioni per accertarsi che il cibo da servire a Hitler non sia avvelenato. Nell'ambiente chiuso di quella mensa forzata, sotto lo sguardo vigile dei loro carcerieri, fra le dieci giovani donne si allacciano, con lo scorrere dei mesi, alleanze, patti segreti e amicizie. Nel gruppo Rosa è subito la straniera, la "berlinese": è difficile ottenere benevolenza, tuttavia lei si sorprende a cercarla, ad averne bisogno. Soprattutto con Elfriede, la ragazza più misteriosa e ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del '44, in caserma arriva un nuovo comandante, Albert Ziegler. Severo e ingiusto, instaura sin dal primo giorno un clima di terrore, eppure - mentre su tutti, come una sorta di divinità che non compare mai, incombe il Führer - fra lui e Rosa si crea un legame speciale, inaudito.

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Un romanzo che mi incuriosiva da un po' di tempo, ma che avevo sempre lasciato da parte. Non ero particolarmente convinta che facesse al caso mio, nonostante i premi vinti e tutte le belle opinioni che ne facevano online.
Quando qualcosa sembra troppo bello spesso avevo paura che ci fosse questo altro.

L'ho trovato tramite Audible e ho deciso di ascoltarlo. Sono rimasta piacevolmente colpita dalla versione audio che sono riusciti a fare. La lettrice riesce a dare al testo scorrevolezza e a dare alla storia una nota interessante, riuscendo non banalmente a leggere, ma regalandoci varie sfumature che rendono l'ascolto davvero bello e piacevole.

Come già dichiarato anche dall'autrice, questa storia si ispira alla vera vita di una donna che solo verso la fine dei suoi giorni ha ammesso di aver fatto l'assaggiatrice. Una colpa che lei si attribuiva,  nonostante non avesse avuto molta scelta. Eppure il peso di aver aiutato Hitler era così forte e la vergogna così pesante per lei da averlo nascosto fino all'ultimo.
Lo riscontriamo anche nella protagonista, anche lei in preda a questa crisi interiore perché non vuole assolutamente aiutare Hitler in alcuna maniera, ma si trova costretta a dover fare l'assaggiatrice contro il suo volontà, eppure essendo pagata bene per questo "servizio" che presto si trova a pensare di stare sbagliando, di aver tradito i suoi valori; nonostante lei rischi la vita ogni giorno, ad ogni pasto, senza averne scelta.
Anche solo durante il pasto si sente tantissimo questo senso di amore/odio, poiché tutte queste donne hanno sofferto la fame e trovandosi davanti questo cibo, nonostante possa essere avvelenato, non resistono e alla fine, con lo stomaco caldo e pieno, c'è sempre questa questo pensiero fra colpa e soddisfazione di cui rimangono intrappolate, misto al terrore che possano essere state avvelenate e poter morire.

Oltre a questo "semplice lavoro quotidiano" (ovvero assaggiare questi cibi prima che li mangi il Führer) lentamente inizieremo a scoprire altro sulle vite di queste donne, in particolare della protagonista Rosa, ma anche delle donne che le stanno accanto e altre figure che le staranno vicine.
Prima sconosciute fra loro, un po' tutte chiuse, quasi a sembrar antipatiche, ma lentamente inizieranno a fare amicizia fra loro, a confidarsi i propri segreti, e vedremo una panoramica molto più ampia di cosa può aver voluto dire lavorare ed essere costretti a fare questo in una Germania nazista, anche quando, in effettivo, non tutti erano a favore di Hitler. Si nota infatti molto il distacco fra quelle che poi diventano le amiche della protagonista e le altre, che vengono chiamate "le invasate" perché per loro è una missione sacra poter salvare il Führer, e loro sono molto ben disposte ad assaggiare il suo cibo e mettere in pericolo la propria vita per lui.

Scopriremo che Rosa si è trovata intrappolata in quella situazione per "colpa" del cambio di residenza, poichè, sola al mondo e senza più un tetto per colpa dei bombardamenti, è andata a vivere con i suoceri, in un paesino vicino al bunker di Hitler, e quindi vicino al bisogno di assaggiatrici.
Suo marito ha deciso di partire nemmeno dopo un anno di matrimonio per combattere per il proprio paese; però si è reso conto in fretta di aver completamente sbagliato e della missione quasi suicida in cui si è infilato da solo. Nonostante lo detesti per questa scelta, non vede l'ora che possa ritornare da lei.

Vengono anche citati marginalmente i campi di sterminio, però la protagonista dice non vuole saperne niente. Una scelta intelligente quella dell'autrice che fa intuire, attraverso chi ha chiesto il trasferimento perchè non reggeva di vedere certe cose, non solo quanto tutto quello era sconvolgente anche per chi ci finiva a lavorare (nonostante poi in effettivo non abbiano fatto niente per ribellarsi); ma soprattutto non lo rende centrale alla vicenda, poichè si parla di altro e avrebbe "rubato" la scena alla trama principale.

Sono riuscita ad ascoltarlo tutto e mi è piaciuto davvero molto: scorrevole, interessante, originale e, appunto, presenta una versione della storia che non viene quasi calcolata. La violenza che in questo caso viene fatta ai danni dello stesso popolo tedesco che Hitler esaltava così tanto.
Tante tematiche e tanti dubbi vengono sollevati attraverso pochissime pagine, rendendo questo romanzo davvero ricco.
Se vi capita, ascoltatelo o leggetelo. Potrebbe piacervi davvero molto.

Opinione: Frankenstein, di Mary Shelley



Nel 1816 Lord Byron, durante una sera tempestosa nella sua villa a Ginevra, propone ai suoi ospiti - Mary e Percy Shelley, e William Polidori - di scrivere, per gioco, cun racconto dell'orrore. Ricollegandosi al mito di Prometeo, Mary scriverà Frankenstein. Una storia che è un groviglio etico, un ragionamento profondo sull'origine della vita: l'angosciante storia di uno scienziato che conduce macabri esperimenti nel tentativo di restituire la vita ai cadaveri. Una favola terribile capace di imporsi con la forza delle immagini e la sua autonomia di mito universale. Uno sconvolgente racconto dell'orrore in cui il mostro è più umano del suo creatore. Introduzione di Nadia Fusini.

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Mi sono lanciata su questo audiolibro come secondo libro da ascoltare. Come mai?
Per la brevità della narrazione, in primo luogo, ma anche perché ero molto curiosa di scoprire la storia dentro questo (ormai considerato da tutti) capolavoro. Lo avevo iniziato anni fa, lasciato in macchina per riempire gli spazi vuoti di attesa, eppure non mi aveva mai preso del tutto. Non mi aveva catturato abbastanza da prenderlo in mano e finirlo tutto d'un colpo.
Un grande peccato!

Sono stata davvero fortunata nell'imbattermi in un audiolibro particolare e davvero bello (LibriVivi), letto in modo corale da più persone che hanno reso il tutto scorrevole e davvero piacevole. Pochissimo ed ero dentro la storia, nonostante dovessi lavorare e fare altro.
Una stupenda compagnia per qualche ora e un romanzo incredibile che ancora oggi riesce ad incantare il lettore che si trova catapultato in questa storia davvero originale.

Sappiamo tutti vagamente come si svolge, ma nei dettagli? Io no. E, come dicevo, sono stata sorpresa e felice di lasciarmi trasportare dalla vicenda che è una storia, dentro una storia, dentro una storia.
Ognuna con delle sfumature ed un senso. Incomincia tutto da un giovane uomo ambizioso che vuole arrivare al Polo Nord, usando l'espediente delle lettere che scrive alla sorella per iniziare il racconto, ed in una giornata dove la nave è bloccata fra i ghiacci si imbatte in un uomo, il dottor Victor Frankenstein, che inizierà a narrargli la sua storia, partendo dalle sue origini, fino alle scuole che lo porteranno ad imparare la medicina e la chimica, cosa che lo porterà ad allargare il suo ego credendo di poter creare la vita, o qualcosa del genere. Infatti, profanando varie tombe, mette insieme una creatura e riesce a darle la vita ma quando ciò accade ne è terrorizzato e la abbandona.

Ma la creatura non ha abbandonato lui, seguendolo e dandogli il tormento negli anni, finché non si incontrano e gli racconta la sua di vita (aggiungendo un altra sotto storia al tutto), dal momento della sua "nascita" e l'abbandono, che lo portarono ad essere solo senza sapere come sopravvivere. L'odio gli cresce dentro rendendosi conto che nessuno potrebbe mai sopportarne la compagnia per la sua figura ripugnante. Un sentimento così forte che lo porta a mettere Frankenstein davanti ad un bivio: o esaudisce il suo unico desiderio, oppure gli rovinerà la vita fino al suo ultimo respiro.
Ovviamente continua, ma lascio a voi scoprire come.

Una storia di dolore e incomprensione, immortale e che merita ampliamente la sua fama.
Assolutamente da leggere o da ascoltare.