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Settima tappa del Blogtour: "Il Creasogni", di Simone Toscano



Ricordo che se seguirete questo Blogtour fino in fondo potrete aggiudicarvi una delle sei copie in palio!!

Regolamento BlogTour:
1. Commentare tutte le tappe del BlogTour lasciando la vostra mail;
2. Mettere "Mi Piace" alla pagina Facebook del libro "Il Creasogni";
3. Unirsi ai lettori fissi di tutti i blog aderenti l'iniziativa;
4. Condividere tutte le tappe sui vostri social;
5. Chi avrà seguito il regolamento fino alla fine e avrà sognato con noi potrà vincere una delle sei copie del libro in palio;

I vincitori dei due giveaway verranno estratti tramite random ( saranno pubblicati i video nella tappa del 3 Agosto)

Se siete nuovi, siete ancora in tempo per partecipare! ;)




GLI ESTRATTI: PRIMA PARTE



Ettore – anzi, il «SignorEttore», come lo chiamavano i compaesani di Mangiatrecase – nel suo mestiere non aveva rivali, unico com’era al mondo in quell’arte: il solo a essere in grado di dare vita ai sogni e di farli arrivare a chiunque decidesse; di crearli, nel vero senso della parola, modellandoli con le mani e con la mente, nello stesso modo in cui un artigiano, seduto al tornio, lavora a un vaso di creta. E così stava facendo quel giorno con la signora Battistelli. Immaginarli e renderli vivi per gli altri era al contempo un piacere e un castigo, per chi come lui con i sogni aveva sempre avuto un rapporto tempestoso: dapprima, giovane paladino della razionalità con la sua aria di saccente sufficienza, li aveva ignorati e aveva persino deriso chi, al suo fianco, ne aveva bisogno e se ne riempiva gli occhi e la mente, nutrendone il proprio amore. Poi, con gli anni e le delusioni della vita – e del cuore – ne aveva scoperto il fascino magnetico, e aveva cercato di recuperare il tempo perduto senza sognare, senza amare a pieno. Scoperta tardiva, perché – dopo avere visto il suo sogno più importante svanirgli tra le mani – si era ritrovato a non essere più capace di sognare in prima persona, quasi fosse una punizione del cielo per ricordargli continuamente gli errori di un tempo, il suo essere stato così cieco e cinico di fronte a chi, invece, alla razionalità preferiva vite oniriche, pensieri e viaggi con la fantasia. Era il suo fardello, questa sua impotenza dilaniante e irrecuperabile. Un macigno, pesante come il rimorso di un ti amo non detto per tempo. L’incapacità di sognare lo aveva sorpreso una domenica d’inverno. Nevicava, come non faceva da anni oramai. Se ne accorse di colpo, quando il respiro gli venne a mancare. Si guardò intorno, chiuse gli occhi. Capì. E ne ebbe subito paura. Quella stessa sera, nel letto, si rese conto dell’antipodico arrivo di quel peculiare «dono» che stavolta avrebbe cambiato non la sua, di vita, ma quella degli altri: era la capacità di realizzare i sogni, i più avvolgenti e intensi che mai si fossero immaginati. A lui, ora, spettava il compito di crearli. Come fossero pane, da impastare per gli affamati. Come acqua. Servita però da un cameriere perennemente assetato.

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«Basta, andate via! Lasciatemi in pace!». D’improvviso Ettore sentì una voce giù in strada.
«Basta! Basta!», continuava quella voce quasi rotta dal pianto.
In fondo al vicolo, al Giardino delle Api, un gruppo di ragazzini ne aveva accerchiato un altro, più mingherlino.
«È il ladro di poco fa…!».
Non ci pensò neppure un attimo. Si mise a correre, deciso a intervenire per aiutare il bambino. Che era salito su una palla di cannone di marmo e brandiva un pezzo di legno come fosse una spada, menando fendenti che tagliavano l’aria a destra e a manca.
Qualcosa non andava, forse i tre erano dei prepotenti che si volevano approfittare di quel bambino più piccolo. «Beh, che fate qui? Via! Via, a casa!», gridò ai ragazzi. Che in un attimo si dileguarono.
Erano rimasti soli. Ettore si avvicinò, lentamente. Gli girò attorno, guardandolo serio mentre quello rimaneva impietrito.

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«Sicché ora ti dai anche alla guerra eh?», disse mettendo il dito sulla punta di quella spada improvvisata.
«Bell’arma che ti sei costruito, sei un guerriero coraggioso… Giusto?», gli chiese con una faccia soddisfatta come a dire «caro mio, la pacchia è finita, da qui non scappi».
«Mmm», bofonchiò il bambino.
Era lì, davanti ad Ettore, gli occhi pieni di lacrime e quel labbro inferiore che proprio non la smetteva di tremare. Anche per un capitano coraggioso come lui era difficile mantenere la calma.
«Quanti anni hai, soldato?», chiese Ettore poggiandogli il dito sul naso.
«Quaaattroooooooo!», urlò il bambino con tutta la forza che aveva in corpo.
«Uh! Ho capito, ho capito, calmati. Quattro, bene, che bisogno c’è di strillare così?».
Non ci volle molto per capire che dietro quell’urlo c’era solo paura, e anche tanta. E così decise di lasciar correre le ramanzine sul furto, sulla fuga e tutto il resto.
Silenzio dall’altra parte: il bambino continuava a starsene lì fermo impalato, anche se le guance cominciavano a passare dal rosso ciliegia a un colorito più rosato, e gli occhi si stavano asciugando.
«Come ti chiami?», gli chiese Ettore. «Quattro!», rispose lui.
«Quattro? Ma come quattro? Ma no, non quanti anni hai, come ti chiami?», chiese nuovamente.
«Quattro!», gridò ancora quello.
Niente da fare. E dire che la conversazione andò avanti a lungo. Ma del nome quel bambino non volle dire nulla. «Quattro!», continuava a ripetere.
«E va bene, va bene, caro mio. Visto che non me lo vuoi dire, ti darò io un nome. Se poi cambierai idea, mi dirai il tuo e useremo quello, d’accordo?», gli chiese offrendogli il mignolo.
«Sì! Quattro!», rispose il bambino, afferrandolo con le mani e scuotendolo in alto e in basso: il patto era stato siglato. «Bene, allora, dato che conosco solo la tua età, e sei molto piccolo, ho deciso che ti chiamerò Catello, che significa cucciolo! Che ne pensi? Affare fatto?».
«Affare fatto», sembrò dire quello con un sorriso paffuto stampato finalmente sul viso.
Catello gli piacque, evidentemente, perché lo accettò da subito come quello in cui si riconosceva meglio e di più al mondo. E poi lo faceva ridere, e anche molto: lo trovava simpatico, e non seppe dire di no. Da quel giorno impararono a conoscersi: ma il vero nome di Catello, quello, invece, non si seppe mai.

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«Guarda Melissa, un elefante! Li abbiamo trovati!», urlò Ettore, indicando un grosso pachiderma. Era gigantesco, forse il più grande del circo, anzi no, il più grande che un circo avesse mai potuto avere. Era fermo, al centro di una piazza, con attorno centinaia di persone festanti che gridavano e scherzavano intorno a quell’animale che, fino a quel momento, avevano visto solo nei libri di avventure. In alto, sopra la schiena dell’elefante, un piccolo palco con due persone. Uno doveva essere il suo domatore, perché continuava ad accarezzarlo per farlo stare calmo davanti a quegli esseri piccoli e rumorosi che gli saltavano attorno. L’altro invece era una vecchia conoscenza: magro, alto, divisa rossa e mostrine in oro. Era la stessa persona che aveva presentato lo spettacolo del circo a Mangiatrecase. Finalmente una buona notizia, dunque.
«Melissa, sono loro, riconosco quell’uomo, quello con la divisa rossa!».
Lei si fermò, rabbrividì. Era felice, è vero, di averli trovati, ma la sola vista di quell’elefante e di quella divisa le aveva riportato alla mente ricordi bruttissimi.
A volte i ricordi restano sepolti in alcuni campi lontani, nella mente. Ma sono sempre lì, pronti a tornare, magari dopo anni, per influenzare le nostre scelte, le nostre vite. Finché non decidiamo di affrontarli e liberarcene per poi ricominciare la stessa vita di prima, quella che avevamo provato a cancellare, stavolta felice e senza limiti. Melissa ora, così piccola, stava affrontando il suo passato. Neppure i suoi genitori c’erano, in quel momento. Era sola. Perché forse solamente da sola avrebbe potuto farcela.
«L’ho visto…», rispose, «l’ho visto…».
«Ma che ti prende? Non sei contenta?».
«Sì… sono contenta», disse lei ancora scossa. Poi si fece forza, guardando gli occhi di quell’uomo che la osservava con affetto. E prese coraggio.
«Andiamo allora!», gridò.

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Il treno si fermò, avvolto da una nuvola di vapore, con quelle sue grandi ruote di metallo che al momento di frenare fecero partire un fischio assordante, stridendo contro i binari e scaraventando scintille ovunque.
I due salirono a bordo e si sedettero, immaginando già l’arrivo. Erano in viaggio da appena un giorno ma sembrava che si conoscessero da mesi, da anni.
Avevano parlato tanto, e nell’arco di poche ore avevano scoperto cose – dell’altro e di sé – che forse non avevano mai capito fino a quel momento. Un cammino alla ricerca di qualcuno, sì, ma anche un viaggio alla scoperta dei propri limiti, da affrontare e, forse, superare. Dopo pochi minuti di riposo il treno sembrò di nuovo svegliarsi, nervoso.
Incominciò con qualche sbuffo, qua e là, poi iniziò a tremare, come una pentola in ebollizione.



La Prossima tappa si terrà su Il Salotto Dei Libri ;)



BLOGTOUR

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Blog Tour "Il Mio Imprevisto Più Dolce" di Chiara Trabalza: Gli Estratti, quinta tappa



La Quinta tappa del BlogTour dedicato a
"Il mio imprevisto più dolce" di Chiara Trabalza,
Lettere Animate editore.


Gli Estratti


Controllai la cottura dell’arrosto e delle patate in forno e intanto misi a tavola una bottiglia di vino rosso per l’arrosto. Mentre la stappavo però uno schizzo di vino mi macchiò la camicia bianca che avevo indossato per l’occasione.
«Porca miseria! No, il vino sulla camicia no!» imprecai. Ci misi subito un po’ d’acqua dal rubinetto ma la macchia si allargò e comparve un orribile alone rossastro. Sbuffai nervosamente e mi sfilai via la camicia, poi corsi in bagno per cercare di lavare subito via la macchia col sapone. Spalancai la porta ma mi fermai impietrito non appena vidi che in bagno c’era Elena sotto la doccia. Potevo vedere la sua figura longilinea da dietro il vetro opaco del box doccia appannato. Trattenni il fiato per non spaventarla ma ormai era troppo tardi, aveva sentito la porta aprirsi e si era voltata verso di me coprendosi con le mani come meglio poteva. Mi venne da sorridere vedendola così imbarazzata.
«Scusami, non sapevo che tu fossi in doccia. Mi sono macchiato la camicia e volevo solo lavarla» la rassicurai.
«Non importa, è tutto a posto ma ora esci subito» rispose con voce alterata. Sorrisi mentre seguitavo a guardare la sua figura sfocata da dietro il box cosparso di mille goccioline d’acqua.
«Un tempo non la tiravi tanto per le lunghe» commentai sarcastico. La provocai volutamente perché mi divertiva farla arrabbiare come quando eravamo bambini.
«Certe volte facevamo anche il bagno insieme nella stessa vasca» incalzai rincarando la dose.
«Un tempo avevamo cinque anni Liam, ora ne ho qualcuno in più evidentemente. Forse non te ne sei accorto ma non sono più una bambina, sono una donna!» mi rimproverò bruscamente mentre apriva un po’ la porta scorrevole del box e faceva capolino con la testa per guardarmi dritto negli occhi. Rimasi di sasso perché non mi aspettavo una reazione così scocciata da parte sua ma in fondo aveva ragione. Eravamo adulti adesso. Ed erano passati dieci lunghi anni dall’ultima volta che l’avevo vista.

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«Ehilà bentornata principessa» mi disse Liam uscendo dal bagno con l’accappatoio addosso.
«Sono appena rientrato anche io, per fortuna che stasera non faccio il turno serale così possiamo cenare assieme». Mi sorrise. Era tremendamente sexi con l’accappatoio e i capelli bagnati e arruffati.
“Dio mio Elena, smettila!” mi ammonì una vocina nella mia testa. Forse era da troppo tempo che non uscivo con un uomo, decisamente troppo. I miei ormoni stavano impazzendo tutto d’un tratto? E poi con Liam? Inorridivo al solo pensiero di me e lui a letto insieme. Eravamo cresciuti insieme, eravamo come fratello e sorella, non potevo avere simili pensieri. Mi sentii avvampare a quelle fantasie e abbassai prontamente lo sguardo per non farmi vedere da lui.

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«Ma chi sei, mio padre? Vieni qui e pretendi di dirmi con chi devo uscire e come devo vestire. Liam non ti riconosco più….sembrerebbe che tu sia geloso di me» conclusi mentre lo fissavo in cagnesco dritto negli occhi. Per un attimo nessuno dei due parlò. Ci guardavamo in silenzio, occhi negli occhi e nel suo sguardo mi sembrò di cogliere un po’ di tristezza, forse di delusione. Non capivo cosa stesse succedendo e cosa gli fosse preso. Sembrava quasi una scenata di gelosia. «E se anche fosse?» mi chiese a bruciapelo.
«Che cosa?» lo incalzai sollevando caparbia il mento.
«Se anche fossi geloso di te?» replicò con aria di sfida. Non capivo se stava scherzando per prendersi gioco di me o se stesse dicendo davvero . Avrei voluto chiedergli se fosse geloso di me come un fratello maggiore protettivo o se sentisse qualcosa di più. Ma le parole mi morirono in gola. Forse avevo soltanto paura di scoprire quale fosse la verità, paura di conoscere i suoi reali sentimenti. Non lo so, ma comportandomi da vigliacca non gli chiesi nulla e non sapevo cosa rispondere. Fortunatamente in quel momento il citofono suonò. Corsi a rispondere.
«Sì Matteo, scendo subito. Sì, sono pronta» dissi cercando di mantenere la voce più calma possibile.
«Non scendere. Non abbiamo finito e non hai risposto alla mia domanda» mi disse Liam avvicinandosi pericolosamente a me.
«Sì che abbiamo finito invece. Matteo mi aspetta giù e tu hai già contribuito a rovinarmi questa bella serata. Fatti una doccia e chiarisciti le idee» sibilai tra i denti. Poi aprii la porta e la richiusi sbattendomela con violenza dietro alle spalle. Corsi giù facendo i gradini due a due. Era la prima volta che litigavo con Liam in maniera così violenta e sentii una morsa al cuore e allo stomaco

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Ero furiosa con lui, lo detestavo e avevo voluto mettere un muro invalicabile tra di noi. Ma la verità era invece che ce l’avevo con me stessa perché ero così spaventata dal nuovo sentimento che provavo per Liam che incolpavo lui di avermi sedotta. Ma nel mio cuore sapevo benissimo che non era colpa sua, anzi, si era dimostrato così dolce e paziente verso di me che mi sentivo adesso una ragazzina capricciosa e immatura per averlo escluso così dalla mia vita. Guardai il cellulare e controllai nuovamente se ci fossero messaggi da parte sua. Niente. Ancora una volta sentii una fitta al cuore.

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Passarono giorni, poi settimane, infine mesi. Nel mio girovagare incontrai posti nuovi, conobbi nuovi amici, sperimentai nuovi lavori, riscoprii una forza d’animo che non credevo più di possedere. In fondo questo piccolo viaggio intorno al mondo fu più che altro un viaggio dentro me stesso. Forse dovevo soltanto perdermi per potermi poi ritrovare. Spesso le notti quando chiudevo gli occhi a letto rivivevo ogni attimo degli ultimi mesi passati accanto ad Elena e soprattutto risentivo sul mio corpo il calore e la morbidezza della sua pelle. Fare l’amore con lei era stato qualcosa di meravigliosamente dolce, incredibilmente profondo, mi era entrata nell’anima, era nel sangue che mi scorreva nelle vene, era nell’aria che respiravo, era sotto la mia pelle. Forse avrei dovuto tornare da lei. Forse non tutto era perduto. Ero così confuso, indeciso, anche arrabbiato. Alle volte mi sembrava di odiarla, eppure la amavo alla follia. E di nuovo la mia inquietudine e il mio tormento mi misero ancora una volta le ali ai piedi e mi spinsero a spiccare il volo.





Vi ricordo tutte le tappe del Blog Tour:
5 luglio "intervista all'autrice" http://parliamodilibriblogletterario.blogspot.it
7 luglio "i personaggi" http://libricheportoconme.blogspot.it/
8 luglio "le ambientazioni" https://onrainydaysblog.wordpress.com/
9 luglio "la copertina" http://questionedilibri.altervista.org/
10 luglio "estratti" http://viaggiatricepigra.blogspot.it/
11 luglio "1°capitolo" http://laladradilibri.blogspot.it/