lunedì 5 febbraio 2018

Opinione: Educazione Siberiana (Trilogia Siberiana), di Nicolai Lilin


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È stato educato da un'intera comunità criminale a diventare una contraddizione vivente, cioè un "criminale onesto". Ha imparato l'arte del coltello e quella del tatuaggio. È finito in carcere, ha combattuto per la sopravvivenza nelle carceri della sua città e poi in Cecenia, cecchino in un reparto d'assalto. Ha visto da vicino il sistema sconcertante di poteri ombra che governano la Russia, assoldato alla difesa di un oligarca nostalgico. Ha conosciuto l'amore intenso e il dolore atroce, la violenza, la sete di vendetta e il pentimento. "Piede scalzo" è cresciuto. Incisa nei tatuaggi e nelle cicatrici del corpo e dell'anima si porta addosso la sua storia. La stessa che Nicolai Lilin ha messo nei suoi libri e che oggi si può leggere tutto d'un fiato: con una scrittura ruvida e diretta, illuminata da sorprendenti squarci d'ironia. Tra storia e leggenda, autobiografia e immaginazione, "Trilogia siberiana" ci regala la cronaca di un percorso emotivo di drammatica intensità.


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Cosa significa nascere, crescere, diventare adulti in una terra di nessuno, in un posto che pare fuori dal mondo? Pochi forse hanno sentito nominare la Transnistria, regione dell'ex Urss autoproclamatasi indipendente nel 1990 ma non riconosciuta da nessuno Stato. In Transnistria, ai tempi di questa storia, la criminalità era talmente diffusa che un anno di servizio in polizia ne valeva cinque, proprio come in guerra. Nel quartiere Fiume Basso si viveva seguendo la tradizione siberiana e i ragazzi si facevano le ossa scontrandosi con gli "sbirri" o i minorenni delle altre bande. Lanciando molotov contro il distretto di polizia, magari: "Quando le vedevo attraversare il muro e sentivo le piccole esplosioni seguite dalle grida degli sbirri e dai primi segni di fumo nero che come fantastici draghi si alzavano in aria, mi veniva da piangere tanto ero felice". La scuola della strada voleva che presto dal coltello si passasse alla pistola. "Eravamo abituati a parlare di galera come altri ragazzini parlano del servizio militare o di cosa faranno da grandi". Ma l'apprendistato del male e del bene, per la comunità siberiana, è complesso, perché si tratta d'imparare a essere un ossimoro, cioè un "criminale onesto". Con uno stile intenso ed espressivo, anche in virtù di una buona ma non perfetta padronanza dell'italiano, a tratti spiazzante, con una sua dimensione etica, oppure decisamente comico, Nicolai Lilin racconta un mondo incredibile, tragico, dove la ferocia e l'altruismo convivono con naturalezza.
 
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Un volume che avevo comprato per curiosità.
Era un titolo che risuonava da parecchio e non mi ero mai decisa a prenderlo, ma vederne la trilogia...beh, mi sono detta "Perché no?" (non sapevo nemmeno che lo fosse).
E' rimasto a prendere polvere per un po' di tempo, lo ammetto per certi versi sono orribile: accumulo ed accumulo, e spesso non leggo nemmeno. Ma per fortuna mi è stata messa la pulce nell'orecchio qualche mese fa, così ho deciso di approfittarne e metterlo nella lista per "Libera Lo Scaffale 2018" (una sfida amichevole in cui si scelgono 12 libri che stanno prendendo polvere da cercare di leggere entro l'anno. Se volete saperne di più, cliccate qui).
In ogni caso, ero davvero curiosa e mi ci sono buttata tra le prime letture di quest'anno.

Qui vi parlo del primo volume.

Devo ammettere che sicuramente mi aspettavo qualcosa di diverso (non so perché), ma non mi ha deluso affatto. Nicolai racconta inizialmente in modo quasi vago e poi con aneddoti, la sua infanzia, cercando di farci entrare nella mentalità che governava la sua famiglia e il paese in cui è nato e viveva da ragazzo. Un mondo spietato per certi versi, ma con regole precise e rigide che lo governano, in un modo che fa pensare che ci sia qualcosa di giusto, rispetto alla follia criminale generale. Ci fa capire fin da subito quanto la religione sia uno dei pilastri portanti. Per portarci a parlare di armi, trattate come qualcosa di più che semplici oggetti. Raccontandoci delle lezioni che venivano insegnate ai bambini dai "nonni", ovvero vecchi criminali andati in "pensione" e che tramandavano alla nuova generazione il loro sapere. Spiegandoci la morale che si muoveva dietro alle azioni, le regole che governavano quei luoghi e che portavano giustizia, a seconda di cosa la persona aveva fatto. Raccontandoci la sua infanzia da piccolissimo, fino alla gioventù in cui erano trattati quasi come adulti, i quali li lasciavano risolvere le loro questioni senza intromettersi.

E' arduo parlarvene senza mettermi a citare il romanzo, perché sono tantissimi frammenti di quel mondo che Nicolai ci spiega attraverso i suoi ricordi di bambino, insieme alla sua ottica di adulto, ma senza giudicare perché quello è stato e lui lo riporta fedele. Sono pochissimi i momenti in cui si intromette a "dire la sua" da adulto, fuori da quel mondo. Permette così di comprendere meglio e di entrare in quella cittadina, fra i suoi amici e gli adulti (criminali) siberiani, di vecchio stampo e morale.
Tra gli aneddoti ci racconterà di quando è stato in galera per un periodo, molto giovane.
Ci racconterà anche di uno degli interventi che ha dovuto prendere in mano, insieme ad altri amici minorenni come lui, per fare giustizia quando una ragazzina autistica è stata violentata. Cosa inaccettabile nella loro comunità, perché erano ritenute persone speciali, quasi angeli.
Ci racconterà di quando ha iniziato a diventare un tatuatore, scegliendo quella carriera per curiosità verso i tatuaggi ed i simboli che non riusciva ancora a comprendere (poiché ogni tatuaggio ha un significato preciso per comunicare qualcosa agli altri). Un mestiere che lo accompagnerà per anni e che ancora oggi pratica.
Ci racconterà degli amici, delle cavolate fatte, degli incarichi presi, delle risse, delle perdite,...
Insomma, ci aprirà una parte della sua vita per farci capire com'è stata un Educazione Siberiana.

Una lettura sicuramente non facile, ma davvero molto bella!


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