mercoledì 28 settembre 2016

Opinione: Mi Innamoravo di Tutto, di Stefano Zorba

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Un sotterraneo anonimo. Un pavimento in calcestruzzo, polvere, pilastri nudi e vecchi. E sangue.
Un imprecisato servizio segreto italiano ha un prigioniero, un dissidente che si chiama Coda di Lupo. E vuole farlo parlare, con ogni mezzo necessario.
E Coda di Lupo parla, si racconta, scandendo la sua vita sulle note dell’omonima canzone di Fabrizio De André, dall’infanzia e il G8 di Genova fino agli ultimi, disperati anni di resistenza in Val Susa.
Un romanzo che parla di lotta, di resistenza, di Stato, di sofferenza, di morte. E della gioia di lottare, nonostante tutti i sacrifici che questo comporta.



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Un libro che fa arrabbiare. Che fa venir voglia di alzare il culo e scendere in piazza a protestare.
Un libro vero, che parla di un Italia che è e che potrebbe diventare. Qualcosa che fa paura. 
Parla di uno stato che è sempre più concentrato a proteggere se stesso, sfruttando quelli che dovrebbero essere al servizio del bene comune vengono sempre più spesso usati per proteggere chi ha i soldi e il potere, mentre gli altri si devono adeguare o rischiare di prenderle o peggio...

Questo romanzo parla di Stato, quello a cui bisognerebbe togliere l’iniziale maiuscola per quanto è sporco e sanguinario, del suo bisogno di perpetrare se stesso e il suo potere contro tutti i dissidenti che vorrebbero cambiarlo. 


In queste pagine incontriamo Coda di Lupo, un uomo che si trova ad essere torturato da dei carabinieri per avere delle informazioni sui suoi compagni. 
Coda di Lupo non ha un nome, non ha un volto, può essere chiunque. Questo è uno degli aspetti più belli del libro. Un uomo che lotta in ciò che crede, ma che alla fine deve lottare per la sua vita.
Subito non abbiamo date, ma questa storia è ambientata nel futuro. 
Un futuro che spaventa perchè, anche solo guardando il telegiornale, storie del genere ne abbiamo già sentite, di prigionieri che muoiono 'casualmente' ma con ferite decisamente non accidentali. E i colpevoli sempre protetti dai compagni o dallo stato e le sue istituzioni che ci mettono decisamente troppo a risolvere certe cose.

 Non che questo cambi le cose. Se vivi in uno Stato fascista che dice di non esserlo. Se perdi il diritto alla casa. Se subisci un’economia delirante che ti uccide con le nocività che produce. Se lavori per finanziare una classe dirigente che guarda solo se stessa. Se non vivi più, per lavorare e mantenere una famiglia, come uno schiavo... Come è possibile restare a guardare? Come non comprenderlo? Come continuare a subirlo? Se non sei un uomo stacchi il cervello e smetti di pensare. Se sei un uomo ti incazzi e lotti. Come Don Chisciotte con i mulini a vento. I Sancho Panza di questo mondo, che lottano per opportunismo e senza ideali, non lo comprendono e mai lo comprenderanno. Lottare è inevitabile e nobilitante. Nonostante non ci sia speranza. Lottare senza la speranza è l’unica cosa che ci è rimasta.

Questo libro parla anche di speranza.
Dice che lottare non è mai sbagliato, che bisogna farlo per cambiare le cose. SE le vogliamo cambiarle.
Parla di Coda di Lupo da quando era piccolo, come ricorderà durante la prigionia, dai primi cortei quando era solo uno studente che si chiedeva perchè avessero le tenute antisommossa quando avevano davanti solo dei ragazzini che protestavano. Ricorda il G8. QUEL G8 che ha cambiato le cose nel nostro paese, ma che per ascoltarne la storia intera abbiamo aspettato anni, e forse ancora non è tutta. Un evento che ha sconvolto il mondo per le conseguenze che ci sono state e per quelle che non ci sono state (chi vuol capire....).
Ma la sua vita cambia, cresce, finchè un giorno decide di dire basta per potersi guardare allo specchio di nuovo. Si unisce ai NoTAV e alla loro lotta, incominciando un nuovo percorso che lo porterà in quella cella.

«No, figlio di puttana. Io sono diventato il vostro peggior incubo perché il vostro Stato del cazzo ha cagato sulla Costituzione, scritta col sangue dei miei antenati, e mi ha nutrito di odio e rimpianti. Di invidia e rabbia. Io sono diventato un ribelle perché quando sei senza speranza e senza più nulla o ci si spara un colpo in testa o si alza il dito medio e si combatte». 

Un libro che ho adorato dalla prima riga e che mi ha fatto provare di nuovo rabbia e insieme speranza, perchè c'è ancora gente che è disposta a scendere in piazza e combattere per quello che ritiene giusto. C'è chi non si piega alla paura di finire sotto una carica delle forze dell'ordine, chi non si piega alla paura di perdere il lavoro, chi non si piega alla paura....
Purtroppo ormai il manico del coltello non è più tra le mani del popolo, o almeno lo ha ceduto credendo che non valesse nulla.
Vedo intorno a me gente che si abbatte, che si arrende, che fugge pur di vivere come vuole.
E leggendo questo romando mi chiedo: se tutti fossimo Coda di Lupo? Se tutti andassimo in piazza? Se tutti alzassimo la testa? Forse non ci sarebbe bisogno di cercare altrove....forse...
Perchè, come lui ci insegna, alla fine il potere corrode. Non tutti, ma tanti si. E la storia italiana lo insegna bene.

Un libro che fa riflettere, in cui l'autore ha messo anche se stesso e qualcosa che riguarda il nostro presente: i NoTAV (usati solo come sfondo nel romanzo).
Scritto molto bene, in maniera scorrevole e che non permette di staccarsi fino all'ultima frase.
Forse ci sono una o due scene un po' forti se si è molto impressionabili, ma vi consiglio di prenderlo in considerazione ugualmente perchè (viste le tematiche trattate) merta davvero molto. 
Un libro DA LEGGERE e che come avrete notato, mi è piaciuto giusto un pochino ;)

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