sabato 31 ottobre 2015

L'Ora Zero, di Bradbuyy

 
Forse se dico "The Whispers", vi trovate di più?
Perché è da questo racconto che è stata tratta la serie, che sfortunatamente hanno già annullato dopo una sola stagione, da noi l'ultima puntata è prevista il 3 Novembre...ma non sono qui per parlare del telefilm, quanto del breve racconto da cui è stata tratta.
Praticamente ormai introvabile, ha iniziato ad essere pubblicato dopo il 1995 dentro alla versione italiana de "L'Uomo Illustrato"; libro anch'esso introvabile e credo da molti anni non più ristampato.
Un grande peccato!
 
Quindi, trovandola in internet, ho deciso di condividerla con voi.
Preferisco non menzionare il sito da cui l'ho trovata, che se è un problema la mia pubblicazione non voglio mettere nei casini pure altre persone.
(Se invece l'autore/ice dovesse leggere e voler il link, non ho problemi ad inserirlo....sempre che si tratti dello stesso da cui ho "rubato")
 
 
 
 
 


Oh, sarebbe stata una cosa tanto deliziosa! Che bel gioco! Erano anni che non conoscevo tanta eccitazione. I bambini si catapultavano qua e là attraverso i prati verdi, gridando fra loro, tenendosi per mano, facendo il girotondo, arrampicandosi sugli alberi, ridendo di continuo.
Sopra le loro teste volavano i razzi e le automobili correvano borbottando per le strade, ma i bambini continuavano a giocare. Un tale divertimento, una tale gioia fremente, tanti ruzzoloni e grida di schietta gioia.
Mink corse in casa, tutta sporca e sudata. A sette anni aveva una gran voce, un corpo robusto e un'aria decisa. Sua madre, la signora Morris, la vide mentre rovistava nei cassetti, sbattendo pentole e arnesi vari in una grande borsa.
«Per l'amor del cielo, Mink, cosa sta succedendo?»
«Il gioco più eccitante che abbiamo mai fatto!» esclamò Mink, ansante e tutta rossa in viso.
«Fermati e riprendi fiato», disse sua madre.
«No, sto bene», ansimò Mink. «Va bene se prendo queste cose, mamma!»
«Ma non ammaccarle», disse la signora Morris.
«Grazie, grazie!» gridò Mink e, bum!, era già partita come un razzo. La signora Morris scrutò la sua piccoletta in fuga. «Come si chiama il gioco?» gli gridò dietro.
«Invasione!» rispose Mink. La porta sbatté dietro di lei.
In ogni cortile della strada, i bambini portarono fuori coltelli e forchette, attizzatoi, vecchi tubi di stufa e apriscatole.
Era un fatto interessante che tutta quell'attività frenetica avesse coinvolto soltanto i bambini più piccoli. Quelli più anziani, dai dieci anni in su, disdegnavano l'intera faccenda e si allontanavano sprezzanti per fare una gita, oppure giocavano una propria versione più dignitosa del nascondino.
Nel frattempo, i genitori andavano e venivano nelle loro graziose automobili scintillanti di cromature. Gli addetti alle riparazioni arrivavano ad aggiustare gli ascensori pneumatici nelle case, per sistemare i televisori sbiancati dalla «neve», oppure per martellare le cocciute condutture pneumatiche che si ostinavano a restare ostruite invece di consegnare viveri e posta.
La civiltà degli adulti passava e ripassava accanto agli impegnatissimi bambinetti, gelosa dell'inesauribile energia di tutti quei pargoletti scatenati, divertita, ma non troppo, di questo loro vigoroso rigoglio, desiderosa, dentro di sé, di unirsi anch'essa ai loro giochi.
«Questo e questo e questo »,disse Mink, dando istruzioni a tutti gli altri armati d'un grande assortimento di cucchiai e di chiavi inglesi. «Fate questo, e mettete quello lì. No!Lì ,ho detto, stupido! Bene. Adesso tiratevi indietro mentre sistemo questo». Con la lingua stretta tra i denti, il volto corrugato per la concentrazione. «Così. Visto?»
«Sìiiii!» urlarono i bambini.
Joseph Connors, di dodici anni, corse fin da lei.
«Vai via», gli disse Mink in tono deciso.
«Voglio giocare», disse Joseph.
«Non puoi!» ribatté Mink.
«Perché no?»
«Ci prenderesti in giro e basta».
«Credimi, non lo farò».
«No. Ti conosciamo. Vai via o ti prendiamo a calci.».
Un altro ragazzo di dodici anni arrivò con i suoi ronzanti pattini a motore. «Ehi, Joe! Vieni via! Lascia che giochino come vogliono, quelle femminucce!»
Joseph mostrò una buona dose di riluttanza e anche di nostalgia. «Ma iovoglio giocare», dichiarò.
«Sei vecchio», replicò Mink, asciutta.
«Non così vecchio», insisté Joseph, sforzandosi di ragionare.
«Finiresti soltanto per ridere e guastare l'invasione».
Il ragazzo sui pattini a rotelle, produsse un rumore assai irriguardoso con le labbra. «Vieni, Joe! Loro e le loro favole! Tutte sciocchezze!»
Joseph si allontanò con riluttanza. Continuò a guardarsi indietro per tutta la lunghezza dell'isolato.
Mink era di nuovo tutta indaffarata. Con tutto l'armamentario raccolto costruì una specie di apparecchio. Aveva affidato a un'altra bambina munita di taccuino il compito di prendere appunti con lenti e sofferti scarabocchi. Le loro voci si alzavano e si abbassavano alla calda luce del sole.
Tutt'intorno a loro la città mormorava. Le strade erano bordate di belle siepi verdi e pacifici alberi. Soltanto il vento destava turbinii attraverso la città, attraverso il paese, attraverso il continente. In mille altre città c'erano alberi e bambini e viali, uomini d'affari nei loro tranquilli uffici che registravano la propria voce, o guardavano la televisione. I razzi s'innalzavano come aghi da rammendo nel cielo azzurro. Dovunque c'era un'aria distesa, quella tranquilla e universale presunzione degli uomini abituati alla pace, del tutto sicuri che non ci sarebbero stati guai. Mano nella mano gli uomini, ovunque sulla Terra, costituivano un fronte unito. Le armi più perfezionate venivano condivise ugualmente da tutte le nazioni. Era stata creata una situazione di equilibrio incredibilmente bella e profittevole. Non c'erano traditori fra gli uomini, nessuno era infelice o anche soltanto scontento; perciò il mondo si reggeva su un terreno solido. La luce del sole illuminava metà del mondo e gli alberi sonnecchiavano in una marea d'aria calda.
La madre di Mink guardò giù dalla finestra del piano di sopra. Quei bambini. Li fissò e scosse la testa. Be' avrebbero mangiato a sazietà, avrebbero dormito bene, e lunedì sarebbero tornati a scuola. Benedetti i loro piccoli corpi vigorosi! Si mise ad ascoltare.
Mink stava parlando con grande calore a qualcuno vicino al cespuglio di rose... anche se lì non c'era nessuno.
Quegli strani bambini. E quella bambina... qual era il suo nome? Anna? Anna stava prendendo appunti su un blocco di carta. Prima Mink faceva una domanda al cespuglio di rose, poi gridava la risposta di Anna.
«Triangolo», disse Mink.
«Cos'è un tri...» chiese Anna, in difficoltà, «... angolo!»
«Non importa», disse Mink.
«Come si scrive?» chiese Anna.
«T-r-i...» compitò Mink, lentamente, poi sbottò: «Oh, arrangiati!» E proseguì con altre parole. «Raggio», disse.
«Non ho ancora scritto tri...» disse Anna, «... angolo!»
«Be', spicciati, spicciati!» gridò Mink.
La madre di Mink si sporse dalla finestra del piano di sopra. «A-n-g-o-l-o», compitò per Anna.
«Oh, grazie, signora Morris», fece Anna.
«Ma sì», rispose la madre di Mink, e si ritirò, ridendo, per spolverare il corridoio con un elettroaspiratore magnetico.
Le voci andavano e venivano nell'aria tremolante. «Raggio», ripeté Mink. Le voci si accavallarono.
«Quattro-nove-sette-A-e-B-e-X» snocciolò Mink, laggiù in distanza, con estrema serietà. «E una forchetta e un laccio e un es... es... esagono!»
All'ora di pranzo Mink ingollò il latte in un sol sorso e si precipitò alla porta. Sua madre batté la mano sul tavolo.
«Torna subito a sederti!» le intimò la signora Morris. «Fra un minuto arriva la minestra calda». Schiacciò un pulsante rosso sul cuoco-maggiordomo, e dieci secondi più tardi qualcosa cadde giù con un molle tonfo sul ricevitore di gomma. La signora Morris l'aprì, tirò fuori una scatoletta con un paio di pinze d'alluminio, la dissigillò con un rapido gesto, e versò la zuppa bollente in un piatto fondo.
Durante tutto questo tempo, Mink continuò a mostrare segni d'un crescente nervosismo. «Fai presto, mamma! È una faccenda di vita o di morte! Non...»
«Alla tua età, era la stessa cosa anche per me. Sempre vita o morte. Lo so».
Mink buttò giù la minestra in un lampo.
«Fai piano», le raccomandò la mamma.
«Non posso», disse Mink. «Drill mi sta aspettando».
«Chi è Drill? Che nome strano», commentò la mamma.
«Tu non lo conosci», ribatté Mink.
«Un nuovo bambino del vicinato?» chiese la mamma.
«Sì, è nuovo davvero», annui Mink. Attaccò la sua seconda scodella.
«Qual è Drill?» chiese la mamma.
«È qui intorno», disse Mink, in modo evasivo. «Tu ci prenderesti in giro. Tutti ci prendono in giro, dannazione».
«Drill è forse timido?»
«Sì. No. In un certo senso. Gesù, mamma, devo correre, se vogliamo avere l'invasione!»
«Chi invade cosa?»
«I marziani invadono la Terra. Oh, non esattamente i marziani. Vengono... non lo so. Da lassù». Indicò col cucchiaio.
«E da dentro »,replicò la mamma, toccando la fronte febbricitante di Mink. Ma Mink si ribellò: «Tu stai ridendo! Ucciderai Drill e tutti gli altri!»
«Non intendevo farlo», disse la mamma. «Drill è un marziano?»
«No. È... be', forse viene da Giove, o da Saturno... o Venere. Ad ogni modo, ha avuto la vita dura».
«Posso ben immaginarlo». La signora Morris nascose la bocca dietro la mano.
«Non riuscivano a trovare un modo per attaccare la Terra».
«Siamo inespugnabili», dichiarò la mamma con finta serietà.
«È proprio la parola che ha usato Drill! Inespu... sì, era quella la parola, mamma».
«Caspita, quel Drill è un ragazzino intelligente. Parole di sei sillabe...»
«Non riuscivano a trovare il modo per attaccare, mamma. Drill dice... dice che per avere un bel combattimento è necessario trovare un nuovo sistema per prendere di sorpresa la gente. In questo modo si vince. E dice che bisogna ottenere l'aiuto del proprio nemico».
«Una quinta colonna», precisò la mamma.
«Sì. È proprio quello che ha detto Drill. E non riuscivano a trovare un modo per prendere di sorpresa la Terra, e neppure ottenevano l'aiuto che gli serviva».
«Non c'è da meravigliarsi. Noi siamo maledettamente forti», rise la mamma, mentre sparecchiava. Mink rimase seduta là, fissando il tavolo, visualizzando dentro di sé ciò di cui stava parlando.
«Fino a quando, un giorno», bisbigliò Mink, in tono drammatico, «non hanno pensato ai bambini!»
«Ma guarda un po'!»esclamò la signora Morris.
«E hanno pensato, sì, hanno pensato che gli adulti hanno sempre così tanto da fare che non penserebbero mai di cercare sotto i cespugli di rose o nei prati!»
«Solo per andare in cerca di lumache o di funghi».
«E poi c'è qualcosa sulle dim... dim...»
«Dim-dim?»
«Dimen... zioni!»
«Dimensioni?»
«Sono quattro! E c'è anche qualcosa sui bambini sotto i nove anni e l'immaginazione. È proprio divertente sentir parlare Drill».
La signora Morris era stanca. «Sì, dev'essere proprio divertente. Ma adesso stai facendo aspettare Drill. Si sta facendo tardi, e se vuoi avere la tua invasione prima del tuo bagno e della cena, farai meglio a correre».
«Devo proprio fare il bagno?» gemette Mink.
«Certo. Perché mai i bambini devono odiare tanto l'acqua? Non importa in quale epoca si viva, i bambini odiano sempre l'acqua dietro le orecchie!»
«Drill dice che non dovrò fare più bagni», dichiarò Mink.
«Oh, ma davvero dice così?»
«Lo ha detto a tutti i bambini. Niente più bagni. E potremo restare alzati, la sera, fino alle dieci e vederci due spettacoli televisivi, il sabato, e non uno soltanto!»
«Be', quel tuo signor Drill farà meglio a stare attento a quello che dice. Telefonerò a sua madre e...»
Mink andò alla porta. «Abbiamo dei problemi con tipi come Pete Britz e Dale Jerrick. Stanno crescendo. Ci prendono in giro. Sono peggio dei genitori. Non vogliono credere in Drill. Sono troppo arroganti perché stanno crescendo. Tu penseresti che dovrebbero sapere come comportarsi. Erano piccoli soltanto un paio di anni fa. Loro sono quelli che odio di più. Li uccideremo per primi ».
«Tuo padre ed io per ultimi?»
«Drill dice che siete pericolosi. Sai perché? Perché non credete nei marziani! Loro ci lasceranno dirigere il mondo. Be', non soltanto noi, anche i bambini dell'isolato accanto. Io potrei diventare regina». Aprì la porta.
«Mamma».
«Sì?»
«Cos'è la log... gica?»
«La logica? Ma, cara, la logica significa sapere quali sono le cose vere e quali quelle non vere».
«Sì, ha parlato di questo», disse Mink. «E cos'è im... im...pres...sio...na...bile?» Le ci volle un buon minuto per riuscire a dirlo.
«Oh, questo significa...» Sua madre guardò il pavimento, con un'affettuosa risata. «Significa... essere un bambino, cara».
«Grazie per il pranzo». Mink corse fuori, poi tornò indietro e cacciò dentro la testa. «Mamma, sono sicura che non ti farà molto male, davvero!»
«Be'... grazie», disse la mamma.
La porta fece slam!
Alle quattro l'audiovisore ronzò. La signora Morris fece scattare l'interruttore. «Ciao, Helen!» fu il suo benvenuto.
«Ciao, Mary. Come vanno le cose a New York?»
«Bene. E a Scranton come vanno? Hai un'aria stanca».
«Anche tu. I bambini. Sempre tra i piedi», disse Helen.
La signora Morris sospirò. «Anche la mia Mink. La superinvasione».
Helen scoppiò a ridere. «Anche da te i bambini stanno facendo quel gioco?»
«Oh, signore. Si. Domani giocheranno ai birilli iperbolici o alle biglie atomiche. Anche noi eravamo così pestifere quand'eravamo ragazzine, nel '48?»
«Anche peggio. Non ricordi? C'erano i giapponesi e i nazisti, in quegli anni. Non so come i miei riuscissero a sopportarmi. Ero un maschiaccio».
«I genitori imparano a tapparsi le orecchie».
Silenzio.
«Cosa c'è che non va, Mary?» chiese Helen.
La signora Morris aveva socchiuso gli occhi. Si passò la lingua con pensosa lentezza sul labbro inferiore. «Eh?» si riscosse. «Oh, niente. Stavo riflettendo su quanto hai detto. Chiudere le orecchie e cose del genere. Lascia perdere. Dov'eravamo rimaste?»
«Il mio ragazzino, Tim, è tutto preso dall'entusiasmo per un tipo che si chiama...Drill ,mi pare che lo chiami cosi».
«Dev'essere una specie di parola d'ordine. Anche a Mink piace molto questo... Drill».
«Non sapevo che fosse arrivato fino a New York. Di bocca in bocca, immagino. Sarà una di quelle solite manie... Stamattina ho parlato con Josephine e mi ha detto che anche i suoi figli — lei abita a Boston — sono impazziti per questo nuovo gioco. Sì, sta impazzendo per tutto il paese».
In quel momento Mink entrò al piccolo trotto in cucina per mandar giù un bicchier d'acqua tutto d'un fiato. La signora Morris si voltò. «Come vanno le cose?»
«Abbiamo quasi finito», disse Mink.
«Splendido», replicò la signora Morris. «Quellocos'è?»
«Un yo-yo», spiegò Mink. «Guarda».
Lanciò il yo-yo giù lungo la cordicella. Giunto all'estremità... scomparve.
«Visto?» fece Mink. «Oplà!» Con uno scatto del dito fece riapparire lo yo-yo, che risalì lungo lo spago.
«Fallo di nuovo», disse sua madre.
«Non posso. L'ora Zero è alle cinque! Ciao». Mink uscì, agitando il suo yo-yo. Nell'audiovisore, Helen scoppiò a ridere. «Tim ha portato a casa uno di quei yo-yo stamattina, ma quando mi sono fatta curiosa ha detto che non me l'avrebbe fatto vedere, e quando alla fine ho cercato di giocarci, non ha funzionato».
«Tu non sei impressionabile »,le spiegò la signora Morris.
«Cosa?»
«Oh, lascia perdere. Qualcosa che mi è passato per la testa. Posso fare qualcosa per te, Helen?»
«Volevo quella ricetta della torta a due colori...»
 
L'ora passò pigramente. Il giorno sbiadì. Il sole calò nel pacifico cielo azzurro. Le ombre si allungarono sui prati verdi. Le risate e l'eccitazione continuavano. Una bambina corse via, piangendo. La signora Morris si affacciò dall'ingresso sul davanti.
 
«Mink, era Peggy Ann quella che piangeva?»
Mink era in giardino, china sopra il cespuglio di rose. «Sì. È una fifona. Adesso non la lasceremo più giocare con noi. Sta diventando troppo vecchia per giocare. Credo che sia diventata grande tutto d'un tratto».
«È per questo che si è messa a piangere? Sciocchezze. Dammi una risposta sensata, signorina, altrimenti torni subito a casa!»
Mink si girò di scatto, costernata e irritata allo stesso tempo. «Adesso non posso muovermi. È quasi l'ora. Starò buona. Mi... mi spiace».
«Hai fatto male a Peggy Ann?»
«No, non davvero, puoi chiederglielo. Era qualcosa... insomma, ha tanta paura da farsela addosso».
Il cerchio degli altri bambini si strinse intorno a Mink, là dove la bambina fissava accigliata lo schieramento delle forchette e dei cucchiai e una specie di mucchio quadrato fatto di martelli e di tubi. «Là e là», mormorò Mink.
«Cosa c'è che non va?» chiese la signora Morris.
«Drill si è incastrato. A metà strada. Se soltanto riuscissimo a farlo passare di qua tutto per intero, sarebbe assai più facile. Poi tutti gli altri potrebbero passare dietro di lui».
«Posso aiutarvi?»
«No, grazie, ci penso io».
«D'accordo. Ti chiamerò per il bagno tra mezz'ora. Sono stufa di star qui a guardarti, aspettando».
La signora Morris rientrò e si sedette su una sedia vibroelettrica rilassante, sorseggiando un po' di birra da un boccale mezzo vuoto. La sedia le massaggiava piacevolmente la schiena. Bambini... bambini? I bambini amano e odiano, tutt'insieme, o quasi. Ora vi odiano, mezzo minuto più tardi vi amano. Strane creature i bambini, dimenticavano o perdonavano mai le frustate e le aspre e rigide parole di comando? Se lo chiese. Come si possono mai dimenticare o perdonare quelli che ci stanno sopra, quei dittatori alti e stupidi?
Il tempo passò. Uno strano silenzio pieno d'attesa calò sulla strada, diventando sempre più denso e teso.
Le cinque. Un orologio cantò sommesso da qualche parte nella casa con tranquilla voce musicale: «Le cinque... le cinque. Il tempo passa. Le cinque», e con un dolce mormorio si spense nel silenzio.
L'ora Zero.
La signora Morris ridacchiò tra sé. L'ora Zero.
Un'utilitaria entrò ronzando nel vialetto. Il signor Morris. La signora Morris sorrise. Il signor Morris scese dall'auto, sbatté lo sportello e salutò Mink, sempre intenta al suo lavoro. Mink l'ignorò. Il signor Morris scoppiò a ridere e si fermò per un attimo a guardare i bambini. Poi salì i gradini fino all'ingresso sul davanti.
«Ciao, tesoro».
«Ciao, Henry».
La donna si sporse dall'orlo della sedia e ascoltò. I bambini erano silenziosi. Troppo silenziosi.
Il signor Morris vuotò la pipa, tornò a riempirla. «Splendida giornata. Ti fa sentir contento d'essere vivo».
Buzzz.
«Cos'è stato?» chiese Henry.
«Non lo so». La signora Morris si alzò di scatto, spalancando gli occhi stava per dire qualcosa. Ma poi tacque. Ridicolo. I suoi nervi erano tesi allo spasimo. «Quei bambini non hanno niente di pericoloso là fuori, vero?» chiese.
«Niente, soltanto tubi e martelli. Perché?»
«Niente di elettrico?»
«Diavolo, no», rispose Henry. «Ho dato un'occhiata».
La signora Morris si avviò verso la cucina. Il ronzio continuò.
«In ogni caso sarebbe meglio andare a dirgli di smettere. Sono le cinque passate. Vai a dirgli che...» Sgranò gli occhi, poi li socchiuse. «Vai a dirgli che rimandino la loro invasione fino a domani». Se ne uscì in una risata nervosa.
Il ronzio crebbe d'intensità.
«Cosa diavolo stanno combinando? Sarà meglio andare a vedere».
L'esplosione!
La casa tremò in quel rimbombo ovattato. Si udirono altre esplosioni negli altri giardini, sulle altre strade.
Involontariamente, la signora Morris cacciò un urlo: «Su, andiamo di sopra!» gridò, senza sapere perché, senza nessun motivo. Forse aveva visto qualcosa con la coda dell'occhio; forse aveva sentito un nuovo odore, o un nuovo rumore. Non c'era tempo di discutere con Henry per cercare di convincerlo. Che la considerasse pure pazza. Sì, pazza! Urlando, corse di sopra. Il marito le corse dietro, per vedere cosa avesse intenzione di fare. «Nell'attico!» urlò la donna. «È la che è successo!» Era soltanto una povera scusa per farlo arrivare in tempo lassù!
Fuori, un'altra esplosione. I bambini gridarono deliziati, come un grande spettacolo di fuochi d'artificio.
«Non è nell'attico!» gridò Henry. «È la fuori!»
«No, no!» Respirando affannosamente, la signora Morris armeggiò con la porta dell'attico. «Ti farò vedere. Presto! Ti farò vedere!»
Quasi rotolando ambedue dentro l'attico. La signora Morris sbatté la porta dietro di sé, fece scattare la serratura, poi prese la chiave e la scagliò in un angolo, in un mucchio di cianfrusaglie.
Adesso, stava farfugliando cose inverosimili. Le vennero fuori tutti i sospetti e le paure subconscie che si erano accumulati segretamente in lei durante tutto il pomeriggio, fermentando come il mosto. Tutte le piccole rivelazioni, le consapevolezze e le sensazioni che l'avevano tormentata per tutta la giornata e che lei aveva, con logica, attenzione e ragionevolezza, censurato. Adesso tutto questo esplose in lei e la ridusse letteralmente a pezzi.
«Ecco, ecco...» disse, singhiozzando contro la porta. «Siamo al sicuro fino a stanotte. Forse riusciamo a sgusciar fuori. Forse potremo fuggire!»
Anche Henry esplose, a questo punto, ma per una ragione del tutto diversa. «Sei ammattita? Perché hai buttato via quella chiave? Maledizione!»
«Sì, sì, sono impazzita, se questo serve a qualcosa. Ma rimani qui con me!»
«Non saprei proprio come fare a uscire!»
«Zitto. Finiranno per sentirci. Oh, Dio, ci troveranno fin troppo presto...»
Sotto di loro, la voce di Mink. Le proteste di Henry s'interruppero. C'erano un ronzio e uno sfrigolio immensi e universali, e urla e risatine. Al piano di sotto, l'audiotelevisore continuava a chiamare, ronzando con insistenza, sempre più allarmante e violento.
Sarà Helen che chiama?si chiese la signora Morris.E sta chiamando, forse, per quello che io so già che l'ha spinta a chiamarmi?
Un rumore di passi sempre più vicini. Passi dentro la casa... passi pesanti.
«Chi entra in casa mia?» volle sapere Henry, con rabbia. «Chi se ne va in giro, là sotto?»
Piedi pesanti. Venti trenta, quaranta, cinquanta di loro. Cinquanta persone che si stavano accalcando dentro la casa. Il ronzio. Le risatine dei bambini. «Da questa parte!» gridò Mink, dabbasso.
«Chi è là sotto?» ruggì Henry. «Chi è là?»
«Zitto! Oh, nononono!» l'implorò sua moglie, con un filo di voce, stringendogli il braccio. «Per favore, sta' zitto. Forse se ne andranno».
«Mamma?» Un momento di esitazione. «Papà?» Un silenzio di attesa.
Un ronzio. Un rumore di passi in direzione dell'attico. Avanti a tutti quelli di Mink.
Tremavano insieme, lassù nell'attico, il signor e la signora Morris. Per qualche ragione il ronzio elettrico, la strana luce fredda d'un tratto visibile sotto la fessura della porta, lo strano odore e l'insolita nota di bramosia nella voce di Mink avevano avuto finalmente effetto anche su Henry Morris. Si alzò in piedi, tremante, nel buio silenzio, con sua moglie accanto.
«Mamma! Papà!»
Un rumore di passi. Un debole ronzio. La serratura della porta dell'attico si fuse. La porta si aprì. Mink sbirciò dentro, alte ombre azzurre dietro di lei.
«Cucù», disse Mink.
 
Ora Zero, di Ray Bradbury

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